Culture e identità che rivivono

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Il valore della diversità linguistica nel bioregionalismo:

Verso casa (Arianna Editrice)

 

Il condizionamento dell’esistenza dell’uomo ai meccanismi della produzione prevede che ogni sua azione ed ogni suo pensiero, cioè la sua mente ed il suo corpo, siano tesi unicamente a calcolare, rendere e guadagnare. Questa riduzione, e lo svuotamento della ricchezza umana che ne consegue, è un meccanismo di omologazione che colpisce gli elementi portanti della sua identità. Uno dei mattoni più duramente colpiti è la lingua.
Almeno a partire dagli anni ’60 l’italiano, entrato non si sa a quale titolo nelle istituzioni, si è imposto in modo radicale grazie al bombardamento dei media ed il suo utilizzo nella scuola. Detto così sembra quasi un atto di violenza: le lingue regionali sono state etichettate “dialetti”, lingue con il puzzo della stalla, da eliminare al più presto perché imperfette, legate ad un mondo di miseria ed anacronistiche. Attualmente è l’inglese invece che si impone come lingua del mercato e del profitto: lingua dell’omologazione, appunto.
In questo scenario sono da apprezzare enormemente gli sforzi di tutti coloro che vogliono salvaguardare o recuperare la loro lingua. Si noti bene: non il loro dialetto ma la loro lingua

Ad esempio la lingua emiliana non è una distorsione o una imperfezione dell’italiano; al contrario! è una lingua romanza che deriva dal latino così come lo spagnolo o il portoghese. Definire una lingua come “non di Stato” è invece un trucco borghese, una forma di razzismo che fa classifica tra le lingue, alla base del degrado culturale imperversante. Recuperare la propria lingua dunque sarebbe già un buon antidoto all’omologazione che svuota e riduce le sfumature. Non è un caso che gruppi come i Baschi, i Bretoni ed i Gaelici, gli Occitani ed i Long Omai, utilizzino la loro lingua come strumento principale di difesa.
Forse la lingua del proprio luogo e del proprio territorio puzza di stalla, ma è anche ciò che ristabilisce una relazione tra il corpo e  la terra in cui si è formato, fornendo un ottimo supporto nel costituire le radici dell’identità contro le quali è scagliata una terribile volontà distruttrice. Ridare voce, poi, ad una lingua che puzza di stalla significa anche ricominciare ad avere una stalla (ndr.) ben diversa da quella imposta dalla produzione supertecnologizzata, che ormai è stalla vuota. 
Questa era l’opinione di Tavo Burat in La ricchezza della diversità linguistica, saggio contenuto inVerso casa. Una prospettiva bioregionalista (Arianna Editrice, Casalecchio,1998).
In questa raccolta, legata alla prospettiva bioregionalista, sono presenticontributi di Etain Addey (Il bosco sacro), Tavo Burat, Graziano Campanini (Tra cielo e terra), Daniela Guerra (Il bioregionalismo per chi fa politica), Giovanni Monastra (Una saggezza atemporale), Giuseppe Moretti (La consapevolezza del mondo reale), Pietro Toesca (Senso del luogo e città), Marco Valli (All’origine del concetto di bioregione), Eduardo Zarelli (Deindustrializzare la società), Gianfranco Zavalloni (Appunti per un’educazione bioregionale).

Per informazioni sulla attività bioregionalista in Italia ci si può riferire al Centro di Documentazione Bioregionale, via Bosco 106, 46020 Portiolo (Mn).

 

 

 

 

 

 

 

Da segnalare è la nascita della Rete Bioregionale, con cui collabora Gary Snyder. Di loro pubblicazione la NewsLetter Lato Selvatico (Appunti per un nuovo-antico vivere Bioregionale e Selvatico).Per info contattare il Sig. Giuseppe Moretti, tel 0376611265 oppure  via email Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

 

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