Sulle orme del padre

Attraversando il ’68 e gli anni del pensiero egemonico
di Antonio Bertinelli

FeNBi 2008

Recensione a cura di A.Ermini

 

Antonio Bertinelli è docente di diritto, e da anni impegnato a favore della bigenitorialità. In questo libro ci propone un grande affresco sulla paternità. Dall’immagine del padre nella mitologia a quella dei nostri giorni, ripercorre con linguaggio chiaro e alla portata anche dei non specialisti, le tappe del pensiero teorico/filosofico e delle condizioni concrete in cui si è esercitata la paternità. Tappe che ci hanno condotto all’attuale situazione di degrado e di emarginazione, culturale e pratica, della figura paterna. Con altrettanta chiarezza descrive gli effetti sui giovani, in termini di insicurezza, aggressività, predisposizione a delinquere, dell’assenza o della marginalità del padre.
Di particolare importanza è l’analisi del periodo della contestazione giovanile del ’68 e di quello del femminismo, per due motivi. Perché quei fenomeni rappresentano una frattura tra due periodi storici di cui viviamo tutt’oggi gli effetti, e perché sono letti con una chiave interpretativa inconsueta (con la quale dichiaro subito di essere in sintonia), rispetto alle montagne di rievocazioni e di analisi che troviamo sulla maggior parte dei media, che hanno in genere due caratteristiche simmetriche. O stroncano quel fenomeno come l’origine dei mali odierni, oppure lo esaltano come una tappa fondamentale del progresso civile e della libertà che contrassegnerebbe la modernità.
Bertinelli, invece, riesce a cogliere gli elementi essenziali di quel fenomeno che si situa temporalmente in un momento particolare della storia dell’occidente.
Egli parte dalla considerazione che all'emergente società dei consumi, ormai secolarizzata e centrata sull'individuo piuttosto che sulla famiglia, il padre non serve più. Quasi all'improvviso (ma in realtà si tratta del momento terminale di un lunghissimo processo) i suoi valori diventano obsoleti e le sue prerogative all'interno della famiglia, non più vissute come riflesso di un ordine simbolico superiore e come garanzia di ordine sociale, appaiono come oppressione autoritaria. E d'altra parte sono gli stessi padri, la cui autorità è ancora intatta sul piano formale e giuridico, ad arrendersi anch'essi ai nuovi canoni culturali centrati sulla ricerca esclusiva del benessere economico.
Ne scaturisce un frizione generazionale e sociale, perchè l'idealismo giovanile sogna un mondo più giusto e meno sclerotizzato di quello che le vecchie generazioni offrono loro. Si liberano energie immense e generose che mettono sotto accusa i vecchi rapporti di potere economici e politici, ed insieme ad essi l'autorità paterna che appare come la loro incarnazione.
Eppure, osserva molto acutamente B., rimane il dubbio che dai giovani sia partito, insieme al J'accuse, anche un grido d'aiuto che molti padri non hanno saputo raccogliere; forse anche questo ha consentito che deflagrasse la cultura dell'onnipotenza giovanile.
Se i padri si sono squagliati all'improvviso, ed è la prova che il loro "potere" era già percepito come "illegittimo" nella psiche collettiva e individuale, le istituzioni hanno fatto anche di peggio:
Mentre agli stessi partiti sfugge il bisogno giovanile di una nuova stagione etica, lo Stato si dispone a celebrare il ‘De profundis’ per molti dei simboli e delle norme pregiuridiche che da sempre garantiscono la convivenza ordinata in ogni società. Mentre elargisce nuove libertà, si dimostra incapace di trovare una via alternativa al modello di sviluppo incalzante.
Si realizza così un amaro paradosso. Gli assetti reali del potere economico e politico, dalla cui contestazione erano partiti i movimenti studenteschi e giovanili, non vengono minimamente scalfiti. Al contrario si realizza un disegno funzionale alle nuove esigenze dell'economia dei consumi.
La contestazione non otterrà il ridimensionamento della società dei consumi, né la revisione degli stili di vita ad essa collegati, ma finirà per promuovere e rafforzare un concetto di libertà che è a loro rispondente, un concetto di libertà che non infrequentemente migra dal cuore dell'uomo alle sue parti basse, che non vuole, né trova un modo per sedimentare, ma si realizza nell'appagamento immediato del bisogno.
La spinta propulsiva degli studenti
- scrive Bertinelli a pag. 112 - è stata fagocitata dal sistema, che in cambio ha concesso loro il sacrificio della figura paterna.
Anche il femminismo si situa sulla stessa linea, iniziando a predicare il sovvertimento della famiglia patriarcale e dei valori religiosi e finendo per coinvolgere insieme la società capitalistica ed il genere maschile rappresentato come suo asse portante. Non tanto quindi un movimento a favore delle donne, ma contro l’uomo e tutto ciò che, a torto o a ragione, si pensa che da lui derivi. Anche in questo caso, però, il risultato è analogo. Il potere maschile è fortemente scosso, all'interno della famiglia addirittura abbattuto, ma tutto finisce ormai per confermare e rafforzare il potere vero, quello economico, che continua giovarsi di questi sommovimenti per rendere funzionale la struttura sociale e culturale alle sue nuove esigenze, per le quali religione, famiglia, autorità paterna sono ormai un ostacolo da abbattere.
Il libro prosegue poi con una particolareggiata descrizione degli effetti di quei fenomeni non solo in campo culturale, ma anche di nuovi indirizzi legislativi e giuridici che emarginano la figura paterna e che a loro volta si ripercuotono negativamente sulle nuove generazioni in termini di disagio e devianza.
Se mi sono soffermato sul ’68 e sul femminismo è perché lì esiste una cesura, come già detto, ma anche perché è da sottolineare che la responsabilità maggiore di quelle generazioni non è tanto negli errori “di gioventù”, spesso impossibili da percepire in tempo reale, quanto piuttosto nel rifiuto o nell’incapacità di rileggere criticamente quel periodo alla luce degli accadimenti successivi e in rapporto con le aspettative di allora. E quindi, se si ritiene che sia stata una rivoluzione “tradita”, indagarne le cause fino ad una coraggiosa rimessa in discussione dei suoi presupposti culturali che, ora è chiaro, ne prefiguravano già gli esiti. E’ accaduto invece che le “false libertà” allora concesse (così le definiva Pier Paolo Pasolini), siano diventate la bandiera di un generico progressismo “politicamente corretto”, in perfetta sintonia con la parte più moderna e consapevole del nuovo capitalismo finanziario cosmopolita e globalizzatore, anche se questa verità viene negata da tanti protagonisti “antisistema” di allora.
Un libro, questo di Antonio Bertinelli, che dovrebbero leggere i giovani di allora e quelli di oggi.
Purtroppo, però, non è possibile trovarlo in libreria. Per averne una copia ci si deve rivolgere direttamente all’autore: al cellulare 339.8401363 o scrivendo a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. '; document.write(''); document.write(addy_text63192); document.write('<\/a>'); //-->\n Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. . Ne vale la pena.

[28 febbraio 2008]

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